I vertici dell’azienda alla Casa Bianca: in caso contrario i prezzi saliranno
Gli amministratori delegati non scendono in piazza. Per protestare, i Ceo americani vanno direttamente da Donald Trump. Lunedì scorso, i boss di Walmart, Home Depot e Target — cioè di tre delle maggiori catene di commercio al pubblico negli Stati Uniti — sono entrati alla Casa Bianca per illustrare al presidente i motivi della loro contrarietà alla politica dei dazi. Sono stati ricevuti e ascoltati. E’ che il movimento dei business leader contro il protezionismo sta crescendo in tutto il Paese: il settore retail (che fattura 8.500 miliardi di dollari all’anno) è tra i più esposti ma, per evitare le conseguenze dei dazi, ogni genere di impresa cerca la sua strada: dal capo di Nvidia a Elon Musk, da Apple agli ansiosi vertici della Boeing fino agli agricoltori.
A quattr’occhi con Trump, Doug McMillon, Ted Decker e Brian Cornell hanno sostenuto (ma certamente il presidente già lo sapeva) che i dazi faranno aumentare i prezzi e spezzeranno una serie di catene di fornitura. Hanno segnalato che, nel caso le tariffe all’importazione rimanessero quelle annunciate, il risultato sarebbe un costo per i consumatori americani pari a 78 miliardi, metri e metri di scaffali vuoti nei supermercati a causa della penuria di merci, licenziamenti e fallimenti. Trump sostiene da tempo di volere parlare con le imprese, di non volere essere rigido (in effetti cambia opinione spesso) e, alla fine dell’incontro, i tre Ceo hanno detto che la chiacchierata è stata produttiva. Nello Studio Ovale, ci saranno certamente altri incontri con gli imprenditori durante la moratoria di novanta giorni decisa da Trump, nel corso della quale non saranno operativi i dazi reciproci imposti a quasi tutto il mondo.
Il dato di fatto è che i dazi sono scelte politiche e geopolitiche del governo americano che colpiscono gli interessi e la libertà delle imprese nella ricerca di allocare al meglio investimenti, acquisti e produzioni. Ora, il presidente sta muovendo passi di lato rispetto all’annuncio choc del Liberation Day in cui annunciò balzelli a pioggia. Oltre alla moratoria di 90 giorni, ha ammorbidito l’approccio a Messico e Canada, le due economie più integrate con quella degli Stati Uniti; ha introdotto alcune eccezioni per Apple e Nvidia e per i personal computer; e la Casa Bianca dice di avere già in corso decine di colloqui con Paesi disposti a negoziare accordi favorevoli a Washington. Tanto che ieri il Wall Street Journal ha parlato di una ritirata di Trump e l’ha paragonata a quella di François Mitterrand negli Anni Ottanta, quando questi, per salvare la sua presidenza, fece una svolta a U rispetto alle politiche economiche “socialiste” che aveva imposto alla Francia. In realtà, la questione dazi rimane minacciosa per le imprese, per il mondo finanziario globale, per decine di Paesi: perché è impossibile sapere quale sia il piano di Trump — se ne ha uno — e soprattutto perché i dazi del 145% contro le importazioni dalla Cina rimangono in essere, e la Cina è in armi (economiche) a 360 gradi e di fatto trova alleanze nei businessmen americani.
La settimana scorsa, Jensen Huang, amministratore delegato del grande produttore Usa di chip Nvidia, è volato a sorpresa a Pechino pochi giorni dopo che la Casa Bianca aveva vietato le vendite alla Cina anche di quello che fino ad allora era stato l’unico chip (H20) per intelligenza artificiale esportabile. A causa del nuovo divieto, la società prevede di perdere 5,5 miliardi di entrate, ma Huang non sembra avere intenzione di abbandonare la Cina: durante il suo viaggio ha incontrato Liang Wenfeng, il fondatore di DeepSeek, la società cinese più avanzata nello sviluppo dell’AI, per disegnare nuovi chip che non vengano bloccati dalla Casa Bianca.
Anche Elon Musk ha dovuto annunciare un parziale ritiro da Doge, l’impegno politico preso con Trump per tagliare la burocrazia federale: tornerà a occuparsi maggiormente di Tesla, la quale soffre il boicottaggio “politico” in Occidente e ha problemi seri di concorrenza in Cina. La Boeing, intanto, si è vista cancellare 50 ordini che aveva siglato con Pechino e i cinesi hanno già rimandato a Seattle alcuni aerei. Per parte loro, le organizzazioni degli agricoltori stanno mobilitando i politici che li rappresentano a Washington: sono colpiti dai dazi del 125% che la Cina ha imposto come contromisura a quelli della Casa Bianca. Trump dice che anche le tariffe sull’import cinese scenderanno, ma solo dopo un negoziato con Xi Jinping. E assicura che colloqui con Pechino sono in corso (i cinesi dicono che mente). La cosa certa è che ora il business americano ha un messaggio per il presidente: ha ragione Pechino, i dazi fanno male e soprattutto il famoso decoupling, cioè il disaccoppiamento tra l’economia americana e quella cinese, non s’ha da fare.
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